Valle Intelvi: intenso, il fascino dei suoi luoghi

Nello splendore della nuova estate sali per prati  e pendii intelvini e subito ti si fanno incontro ricordi di artigiani valorosi in giro tra Milano e Bruxelles, echi di genti antiche, incontri di culture, passioni e profondi impegni che dal Medioevo giungono fino alla grande stagione della scagliola e dello stucco. Molti, poi, oggi gli intelvesi attivi in Svizzera.

Ma stiamo sul territorio: appena fuori Scaria ecco la bellezza di san Nazario e Celso. La chiesa dice molte cose così come propizia il ricordo dei molti artisti che qui, per amor di paese, hanno incrociato spatole e pennelli. Odi risuonare echi longobarde, mentre nel pensiero vedi il prodigioso lavoro (per secoli!) dei magistri comacini: parola che non ricorda Como bensì i longobardi. Dapprima maturano la loro perizia nel fortificare la loro valle. Poi andranno a irradiarsi in gran parte dell’Europa. Bello il durare nel nome di Scaria della “schiera” longobarda. Era la germanica Schar, era il nucleo di armati che montavano la guardia, i soldati in vedetta per evitare che dei nemici attaccassero la valle di sorpresa. Tra longobardi si diceva skar- per indicare il nucleo degli armati. Il nome si radica dapprima nelle comunità italiane del nord, per poi via via passare anche in Toscana, dove suona schiera. Un nome che penetra in regioni dell’Italia centrale attraverso Lucca, che era un attivo centro di irradiazione longobarda. Si imporrà nell’italiano una schiera di soldati ecc. così come la funzione risuona tuttora nel cognome degli Schira (‘gli uomini armati’) che vivevano e vivono nella nostra Valle, per poi da Erbonne tracimare in val di Muggio, dove sono ben ancorati. La chiesa di Scaria (fu anche parrocchiale; oggi la garantisce un appassionato manipolo di volontari e volontarie) ti immerge nella pace, nel silenzio, nel tempo così nella forza del dipingere e del creare.

Era tutto un intenso impegno quello dei comàcini = la corporazione dei makij, dei longobardi che edificavano; da cum-‘con’ e maken ‘costruire’. Cfr. oggi il tedesco machen ‘fare, lavorare, far sorgere, tirar su una parete ecc. In Intelvi era un applicarsi senza sosta a costruire, ideare soluzioni tecniche, dipingere, pianificare quegli stucchi che oggi continuiamo ad ammirare. Al punto da chiedersi se non sia proprio dall’Italia settentrionale che il germanico stuk si sia irradiato nella terminologia tecnica (e poi artistica e della storia dell’arte dell’Europa intera). Resta che qui stuccatori (gli artisti provetti), gli stuccatori tosini (gli apprendisti; da tos, ragazzo) e gli stucchi sono radicati da secoli, un termine che in un precedente libro non eravamo riusciti a chiarire. Ora sembra di poter dire con maggior sicurezza. Da questa capacità tecnica derivano il loro nome  gli Stucchi, così come sono di impronta tecnica, artigianale, tanti altri nomi come Ferrata, Peduzzi, Concia (poi Conza), Ceppi ecc.: un aspetto nuovo su cui occorrerà tornare.

Diciamo intanto del lat. lacus, dialetti lombardi lagh che in varianti più arcaiche, antiche dà lav. Questa variante dura anche in Lavena (presso Ponte Tresa, ossia ‘piccolo lago, laghetto’) e impronta anche il nome di Intelavi, Intelvi, come si indicava la regione tra i lav, tra i laghi (quello di Lugano e di Como). Un nome quelli degli Intelavi, Antélvi che, in processo di tempo verrà modificato, sì che non pochi testi di storici dell’arte hanno veicolato un errore di trascrizione; quello degli Antélami. La v veniva scambiata per la gambetta di una m. E vi è ancora chi pronuncia Antelàmi, con un accento nettamente fuori posto.

Il pensiero corre anche a Peglio, che persino un recente, serio volume sulla toponimia lombarda vuol ricondurre a una base prelatina, nella sostanza celtica. Ciò con una funambolesca messa in collegamento del nostro Peglio con la località ligure di Pegli, presso Genova. Ma si tratta di scivoloni presi operando conguagli solo sulla base del nome trascritto in italiano. Ma (è palese) la forma che conta è quella locale, testimoniata dagli abitanti della zona. Sono loro i padroni e i veri competenti sul nome del loro paese. E i due tronconi di villaggio suonano (già da secoli) Persura, la parte di sopra, e Persotta, il nucleo di case e di prati che sta sotto. Abbiamo faticato non poco in un sopraluogo novembrino, ma alla fine si può dire che siamo dinnanzi a Presotta divenuto, come in molti altri casi, Persotta. Non una voce prelatina, ma, in semplicità e efficace naturalezza, i prati (pre, per) di sotto, così come per la gente contava il poter disporre dei parti di sopra. Cfr. ad esempio il nome mesolcinese che suona Perplan, e sono i prati piani, una cosa preziosa per i contadini di montagna, felici di avere ogni tanto anche coltivi finalmente in piano. Un altro caso analogo? Quello di Perdònich, frazione di Paisco, nella Bresciana, ossia prati dominici, prati del signore, del feudatario. Anche qui la erre che è consonante “ballerina” si spostava e da Predònich dava Perdònich.

Stiamo lavorando anche per una nuova proposta di etimo di Osteno, in dialetto Vòsten, poi Òsten. È una località antica, che espresse anche notai di rilievo: vedi ad esempio nel 1270, un notaio firmarsi “Ego Mafeus de Hosteno notarius Cumanus”. La pista che seguiamo attualmente è quella di ova, canalone da cui dalla montagna acqua e borre scorrono verso il lago. Poteva inoltre incidere il suffisso –osta che compare ad es. in vess a la redôsta dal suu, essere esposti al solleone ecc.; e vedi anche Arbosta, Arbostora, che sta dirimpetto alla val d’Intelvi. Ma qualche lettore potrà suggerirci una pista diversa e migliore. Grazie sin d’ora. Sono temi, questi, utili anche per i ragazzi delle scuole. Ma troppo esigui sono gli interessi in merito.

Di Ponna (un bene comunitario) e di Verna, Lanzo, Barclino ecc. si dirà magari un’altra volta. Li abbiamo suffragati anche di documenti antichi e di rilievi dalla viva voce della gente, ma chiudiamo la nota… prima che tutti si siano addormentati.

Appena un cenno finale, per sollecitare l’aiuto dei cari amici in val d’Intelvi.

Poco sappiamo dire di Oriment. Strano e raro un toponimo che finisce in –iment. L’impressione (che richiede il parere e la correzione dei lettori) è di essere di fronte a un derivato del dialettale ör, orlo, molto frequente sia in Lombardia sia nella Svizzera italiana. Da un’uscita del tipo -iment poteva aversi oriment = territorio sull’orlo, al bordo della montagna (e del terreno comunitario). Vedi finiment ‘ciò che serve a finire di bardare il cavallo, insieme di briglie ecc. per fornire di morso e sella il cavallo’. Inoltre: nà in falliment ‘fallire’ e, legato al territorio, teniment, l’appezzamento che una famiglia teneva in proprietà, la tenuta, il podere’. Forse Oriment potrebbe ragguagliarsi a indicare il displuvio tra San Fedele d’Intelvi e il versante mendrisiotto del Generoso, quasi il posto in cui vi era l’orlo, il costone che faceva  da separazione tra la val d’Intelvi e il Generoso: era importante segnare diritti e zone di pascolo per il bestiame delle rispettive comunità. Quanto poi ai Tacchi e Tacconi di cui un amico chiede “in zona Cesarini”, va detto che costituivano un’importante famiglia di artigiani e costruttori con radici in Val d’intelvi e villaggi finitimi (Arogno, Rovio, Bissone). Operano anche in Liguria e nel Trentino. In Liguria in un documento steso il 23 aprile 1690 risulta ad esempio Isidoro Tacone. È attivo nel carroggio degli Agogliotti, a Genova (Magistri d’Europa 1996.403,405). Alcune iscrizioni su Tacconi risultano per il Seicento sia in val d’Intelvi sia a Bissone; ma va detto, per altro, in modo raro. È un aumentativo. Come dai Carli (altra voce longob., letteralmente ‘l’uomo, il tizio robusto’) si coniava il nome dei Carloni (in val d‘Intelvi e, poi, a Rovio) così qui da Alberto (voce longobarda, “splendente per nobiltà ed audacia) si passava a bertacchi, poi a Tacchi, in seguito Tacconi. I cognomi perdono spesso la testa e allungano la coda…

 

Ottavio Lurati

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