Tecniche di pulitura di facciate e interni

Fino a prima della Seconda Guerra Mondiale la finitura delle facciate a intonaco prevedeva quasi sempre una decorazione pittorica, che poteva essere più o meno complessa in relazione al pregio dell’edificio e ai gusti del proprietario. La tinta unica, che domina l’edilizia contemporanea, rappresentava un’eccezione ed era relegata alle campiture, circoscritte da motivi geometrici, floreali, più raramente antropomorfi, non necessariamente elaborati, ma sempre policromatici. Spesso i decori erano arricchiti da motivi a “graffito”, incisioni realizzate su strati di tinte sovrapposte, inserti ceramici, lapidei o riquadri ad affresco.

Anche gli ambienti interni presentavano pareti e soffitti decorati, e il mestiere dell’imbianchino era infatti quello del “pittore”.

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Con il passare degli anni e delle generazioni, le vecchie pitture, ormai passate di moda, sono state ricoperte con strati di tinta unica, il bianco sovrano negli interni, ma non sempre sono andate distrutte. Così, sempre più frequentemente, nel corso dei lavori di restauro o di ristrutturazione il progettista o lo stesso proprietario decidono di procedere con cautela nella rimozione dei rivestimenti, attraverso saggi puntuali tesi a individuare eventuali decorazioni nascoste.

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Foto d’epoca, gli stessi ricordi degli abitanti e le foto attuali rielaborate al computer (tramite Fotoshop) possono aiutare nelle ricerche che, più spesso di quanto si possa pensare, si rivelano fruttuose.

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Ma cosa fare, una volta individuata una decorazione superstite sotto uno o più strati di intonaco? Prima di tutto rivolgersi a un professionista (la crisi mette a disposizione truppe di restauratori, artisti/aspiranti artisti e decoratori sotto-occupati) e non lasciarsi fuorviare dagli amanti del “nuovo” e della demolizione.

Generalmente, gli strati soprammessi vengono eliminati a secco raschiando con bisturi e attrezzi manuali simili, in relazione alla loro consistenza e natura, aiutandosi con pennellesse e spugne Wishab (una massa giallo chiara di consistenza spugnosa, morbida come camoscio, supportata da una base rigida, molto utilizzate nel restauro pittorico). Una seconda fase di pulitura più approfondita molto diffusa impiega il carbonato di ammonio, un prodotto estremamente efficace per solubilizzare e gelificare i materiali che nel tempo si sono depositati sulle superfici (patine proteiche, sporco, grasso ecc.), e desolfatante, in grado cioè di trasformare il gesso eventualmente presente in solfato di ammonio, più solubile e più facile da asportare. Il carbonato di ammonio può essere applicato puntualmente a tampone, spugna o pennello, ma più frequentemente si utilizza a impacco, di polpa di cellulosa o carta giapponese imbevute di acqua mineralizzata, per prolungarne l’azione. Il carbonato di ammonio si decompone spontaneamente in prodotti volatili (acqua, anidride carbonica e ammoniaca) che vengono facilmente asportati con acqua distillata (che evita il rischio di “sbiancare” la superficie per la cristallizzazione del carbonato di calcio in seguito all’evaporazione). I tempi di applicazione vanno testati di volta in volta, in relazione alla natura e all’entità dello sporco da rimuovere.

Alla pulitura segue di norma un trattamento consolidante, il prodotto più utilizzato è l’idrossido di bario, capace di potenziare anche l’ancoraggio della pittura al supporto. Prima dell’uso è sempre opportuno verificare la tenuta dei pigmenti, in quanto il prodotto è di natura caustica.

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Soprattutto sulle superfici esterne possono essere presenti colonizzazioni di micro o macroflora (muschi e licheni) che vanno disinfestati con l’applicazione a pennello o spruzzo (per le superfici molto estense) di un biocida. Lacune, crepe e fessurazioni dei supporti vanno risarcite pazientemente con malte idonee, meglio se confezionate sul posto con ingredienti simili e compatibili con i materiali originali (sabbia di fiume, polvere di marmo e calce idraulica).

I disegni molto frammentari o lacunosi richiedono spesso un ritocco compositivo, per ridare armonia e unicità alla decorazione. Le diverse sensibilità individuali (eccetto i casi in cui l’edificio o l’opera sia tutelata e occorra coinvolgere la Soprintendenza) sceglieranno fra un ripristino della decorazione originale (in cui le integrazioni si distinguono il meno possibile dagli originali) o un restauro conservativo (in cui, al contrario, l’integrazione è bene evidente ed immediatamente riconoscibile). In questo secondo caso, che sarà quello sempre imposto dagli enti di tutela, le integrazioni vengono generalmente realizzate con velature e tratteggi, che accennano ai disegni perduti senza ricostruirli completamente.

Sulle superfici esterne si utilizzano in genere i colori ai silicati (minerali pigmentati con ossidi), più resistenti all’irraggiamento solare e alle aggressioni atmosferiche soprattutto se inquinate, che garantiscono nel tempo la stabilità cromatica delle tinte pur presentando un’elevata traspirabilità e impermeabilità all’acqua, ulteriormente trattati con un protettivo silossanico. Negli interni la scelta più opportuna cade sulla calce, colorata con terre naturali (quando ancora reperibili).

Flavia Trivella

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