Papa Innocenzo XI Odescalchi. Convegno internazionale a Roma : La politica.artistica famigliare a Como

Gli anni di papato di Innocenzo XI (al secolo Benedetto Odescalchi), eletto al soglio pontificio nel 1676 e morto nel 1689 si collocano in una fase cruciale della storia politica europea. Preludono a quel lungo trapasso che comprende la crisi della coscienza europea, la fine della secolare egemonia della corona spagnola sullo scenario internazionale e la prepotente affermazione politica, militare e culturale della Francia di Luigi XIV, ma che videro anche la fine del primato artistico dei centri della penisola italiana. Il ben noto episodio, di fatto fallimentare e umiliante, del viaggio di Gian Lorenzo Bernini a Parigi, vero e proprio scacco per l’azione diplomatica di papa Alessandro VII Chigi, ne costituisce il caso paradigmatico. È già emerso nella storiografia più avveduta ed è stato ampiamente confermato dagli esiti del convegno internazionale che si è svolto a Roma il 23-25 febbraio scorso, il ruolo di primo piano di papa Odescalchi nella elaborazione di un nuovo modello per la figura del pontefice e per la politica della Santa Sede nell’ultimo quarto del Seicento con rilevanti ripercussioni anche nei primi decenni del secolo successivo.

Le diverse sezioni (storia politica ed economica, storia dell’arte, dell’architettura, della scienze e della letteratura) in cui sono state suddivise le dense giornate di studi, coordinate da un ricco comitato scientifico (Richard Bösel, Marcello Fagiolo, Antonio Menniti Ippolito, Andrea Spiriti, Claudio Strianti e Maria Antonietta Visceglia) e generosamente ospitate, con buona affluenza di pubblico, dall’Istituto della Enciclopedia Italiana, Istituto Storico Austriaco a Roma, Istituto Storico “Fraknói” presso l’Accademia d’Ungheria in Roma, hanno ribadito la necessità di una revisione delle figura di Innocenzo XI. I numerosi temi affrontati hanno messo in luce molte aperture per un ampio dibattito internazionale e per future ricerche: dalle complesse vicende per la beatificazione, conclusasi solamente alla metà del Novecento, alla scelta di intraprendere una politica di rilevanti riforme, solo in parte attuate durante la vita dell’Odescalchi ed evidente soprattutto nei primi anni di pontificato, grazie alla presenza di rilevanti figure come Michelangelo Ricci e Giovanni Battista De Luca, personalità legate al pontefice da un diretto rapporto fiduciario e di reale condivisione degli indirizzi politici e culturali da questo promossi, vivacemente avversate da buona parte del collegio cardinalizio, in particolare nella dura opposizione del gruppo guidato dal cardinale Ottoboni, futuro papa Alessandro VIII. Sono state chiaramente delineate alcune delle principali caratteristiche del papato innocenziano: la revisione delle relazioni con la monarchia iberica, pur mantenendo una sostanziale lealtà di rapporti, e l’apertura alla dinastia degli Asburgo Austria in chiave antiturca e antifrancese, nell’ambito di un non celato, seppur sfaccettato, indirizzo antagonista al tentativo egemonizzante del “re cristianissimo” e dunque come legittimi e credibili continuatori della politica europea degli Austrias. Ben emerge una posizione duttile nei confronti di Guglielmo III d’Orange e il favore per una politica di tollerante coesistenza con l’Inghilterra. Assai dibattuto l’atteggiamento complesso nei confronti di Molinos e del quietismo. Indubbia fu l’azione di revisione e risanamento delle finanze pontificie, con il diretto coinvolgimento di banchieri comaschi, in particolare appartenenti alla famiglia dei Parravicini. Novità sono emerse sul fronte più squisitamente connesso alla politica culturale ed artistica del pontefice, la cui posizione è stata tradizionalmente posta sotto l’etichetta, largamente utilizzata dai suoi oppositori, di generale ostilità, strettamente connessa con l’indirizzo di austerità morale ed economica. Posizione reale, ma certamente amplificata dalla stessa pubblicistica pontificia e di cui è quasi scontato ricordare l’atteggiamento antinepotistico nei confronti del principe Livio, destinato ad una densa e articolata attività di mecenate e collezionista che lo porterà ad acquistare parti delle celeberrime raccolte della regina Cristina di Svezia. In più interventi è stata presentata una nuova chiave di lettura che ha posto l’attenzione su l’interesse di Innocenzo XI verso nuove modalità di comunicazione, maggiormente attente all’atmosfera dello spazio sacro, piuttosto che sulla precisione dell’immagine, attestato dal potenziamento di culti e devozioni, basti ricordare quello verso l’Immacolata Concezione, direttamente collegato con la crociata antiturca, la liberazione di Vienna e la presa di  Buda. Né mancarono importanti aperture nell’ambito delle accedemie scientifico-letterarie e nella produzione poetica che preluse alla nascita dell’Arcadia.

In perfetta coerenza con quanto operato dai predecessori Alessandro VII Chigi con Siena e Clemente IX Rospigliosi con Pistoia, pienamente consapevoli della necessità di presentare nuovi modelli di politiche artistiche e culturali in un epoca in cui ormai era stato messo in discussione il primato romano sulla scena europea, Innocenzo XI abbinò ad una serie di qualificati di interventi di “pubblica utilità” in Roma, l’investimento delle cospicue risorse finanziarie di famiglia al di fuori della capitale pontificia, principalmente nella città d’origine.

Sin dagli anni del cardinalato, Benedetto Odescalchi non aveva mancato di confrontarsi con un modello secolare che aveva avuto esempi illustri anche in ambito comasco nelle esperienze dei cardinali Tolomeo Gallio e Ulpiano Volpi, ove oltre alle manifestazioni di mecenatismo nella capitale pontificia, vennero parallelamente promossi interventi nella città d’origine, secondo il consueto schema di azione che prevedeva la riqualificazione del palazzo cittadino, della o delle cappelle di patronato nelle chiese principali della città e l’acquisizione o costruzione di una o più residenze suburbane. Ben attesta questo indirizzo il progetto di ricostruzione della cappella dinastica nella chiesa domenicana di San Giovanni in Pedemonte, avviato sin dal 1673, in stretto rapporto con quanto veniva promosso in Milano dagli esponenti del patriziato cittadino con cui erano da tempo state intraprese strategiche alleanze che avevano favorito la stessa carriera ecclesiastica del futuro pontefice: dagli Omodei agli Arese. Il noto episodio, destinato a concludersi durante il pontificato dell’Odescalchi con il sofferto intervento pittorico di fratel Andrea Pozzo, tutt’altro che isolato, deve leggersi nell’ambito di una ben calcolata serie di operazioni artistiche ed architettoniche. Dalla sfera più ovvia delle committenze a favore del patrimonio privato, in cui si annoverano i lavori di aggiornamento barocco dei palazzi cittadini e l’implemento delle sedi di villeggiatura, la rete di commissioni si ampliò, attraverso il controllo delle nomine nella fabbriceria del duomo e della chiesa di San Fedele, destinate alle principali famiglie del patriziato comasco unite da rapporti di parentela e consortili, e con le celebrazioni pubbliche di particolari eventi della storia famigliare, primo fra tutti il matrimonio di Carlo IV Arese Borromeo con Giovanna Odescalchi, alla creazione di un sistema. Specifiche scelte stilistiche e iconografiche interessarono il centro cittadino, con il rilevante intervento di decorazione pittorica e a stucco della chiesa esterna del convento agostiniano femminile di Santa Cecilia, ove furono collocate le nipoti del pontefice, da Paola Beatrice Odescalchi a Maria Quintilia Beatrice Rezzonico, e il territorio comasco riproducendo, seppur in scala ridotta, un modello ben collaudato nelle corti europee di ancien régime.

Laura Facchin