Il pane e i cröisc: appena una nota sul mito e le conquiste civilizzatrici

Il pane e i”cröisc”:appena una nota sul mito e le “conquiste civilizzatrici”. 

per Luigi risanato da Robert, Ottavio e gli amici del Lions-Ceresio

Uomini della comodità quali siamo, incliniamo ad assumere tutto come normale e ovvio: il pane c’è e basta, è normale che ci sia. Non ci interroghiamo sulla sua genesi, sull’intuizione di come fabbricarlo: un processo per nulla semplice: coltivare il grano, mieterlo, trebbiarlo, macinarlo, impastarlo, con l’avvertenza di aggiungervi un residuo che lo facesse lievitare. Occorreva poi porlo al calore in quel particolare spazio di cottura che sarà il “forno”, struttura primigenia che si perpetua in tutto il mondo e attraverso le generazioni. Un susseguirsi di operazioni e di sapienze e nel contempo un alone di “sovrannaturalità”. Un che di “straordinarietà” dovette aleggiare a lungo nella coscienza dell’uomo attorno al “saper fare il pane”. L’operazione appariva talmente “misteriosa” che l’uomo primigenio se ne spiegò l’origine non come una conquista propria, bensì come un dono di esseri sovrannaturali che, benigni agli uomini, venivano a insegnar loro come render meno duro il loro esistere. Tali i cröisc di cui nel 1979 e poi 2004 narrano gli anziani di Leventina e di Blenio. Deformi, dall’andatura incerta, faticosa, spesso zoppi, la tradizione li indica come rattrappiti, curvi su se stessi, con un carattere ricorrente: i piedi palmati; in certi casi sono indicati come monocoli. I cröisc stavano negli anfratti dei monti: ne uscivano però ad aiutare la gente, ad esempio nelle bisogne della fienagione, quando ogni braccio era utile specie se il temporale minacciava di infracidire il fieno quasi secco.

Ma, appunto, i cröisc ebbero ad insegnare alla gente di Leventina e Blenio a fare il pane: comunicano l’idea e il procedimento, certo non facile; ad un patto, quello di ricevere dagli uomini, ogni giorno, in compenso, una pagnotta ben calda. Veniamo immersi nel grande mito degli esseri civilizzatori, che è di diffusione mondiale. Nel caso specifico, sono i cröisc gli esseri che aiutano l’uomo a fare un passo innanzi nella civiltà, nell’affrancarsi dal bisogno. Trasparente l’impronta comune con figure come Prometeo che insegna agli uomini a produrre e sfruttare il fuoco e come, nelle aree alpine, il “silvanus”, l’ essere dei boschi che insegna a valtellinesi, romanci e friulani a fabbricare il formaggio: da soli non ce l’avrebbero fatta. Anche il silvan è uno dei soccorritori dell’uomo, una figura concreta con cui la gente e il suo mito si spiegava un fatto astratto, le successive “conquiste ” civilizzatrici; cröisc e silvani appunto come esseri civilizzatori. Sapido, quale emerge nell’ottobre 1972 nel rievocare di un anziano bleniese, l’episodio dell’abitatore del bosco che immobilizzato in una tagliola, offre in cambio della libertà i suoi segreti caseari, ma non tutti. Una volta liberato grida: “vi ho detto come fare il formaggio; avrei potuto anche rivelarvi cosa si ricava dal siero, ma non ve l’ho detto”.

Interessante aprirci agli enigmi e messaggi del mito, che è una dimensione irrinunciabile nell’esistenza umana. Ogni cultura, nei cinque continenti, ne conosce in larga misura. È stata un’esperienza fondamentale, nell’avventura dell’uomo sulla terra, quella degli atti civilizzatori: che mettono a disposizione dell’umanità il fuoco, la ruota, il metallo, le varie leghe, il dominio sugli animali e altre nuove risorse utili per l’esistere, primi fra tutti certi cibi e le tecniche della loro preparazione. In questo orizzonte mitico si collocano i cröisc. Tradotto dal dialetto all’italiano sono letteralmente “i rattrappiti”.

Nitida, nei cröisc, l’indicazione ctonia, il loro provenire cioè dall’interno della terra. Quella che oggi la narrazione popolare indica come “deformità” dei cröisc era segno del loro non essere umani: non era un tratto in negativo, costituiva bensì un indice esterno della loro straordinarietà. Erano esseri diversi da noi uomini, appartenevano a un altro mondo. Il muoversi a disagio dei cröisc, il loro camminare con difficoltà, lo zoppicare sugli strani piedi palmati è tratto peculiare degli esseri ctoni, degli esseri che affiorano dalla terra. Si attaglia, in proposito, la testimonianza di Lévi-Strauss: “En mythologie, il est fréquent que les hommes nés de la Terre soient représentés, au moment de l’émergence, comme encore incapables de marcher, ou marchant avec gaucherie. Ainsi, chez les Pueblo, les êtres chthoniens, tels Shumaikoli ou encore Muyingwu sont boiteux (“pied- ensanglanté”, “pied-blessé”, “pied-mou” , les appelle-t-on dans les textes”)”: così in Anthopologie structurale, 1958, p. 238-239). Altro mito di emergenza dalla Terra-Madre per cui esseri, eroi e uomini camminano goffi e claudicanti perché sono appena emersi dalla terra è quello che si riflette nel piede tumido, gonfio di Edipo così come nelle molte anomalie alle gambe nella stirpe dei Labdacidi.

Del resto, anziane leventinesi e bleniesi continuano a narrare, documentando l’ingratitudine degli uomini, che vincolati a dare giorno dopo giorno ai cröisc una pagnotta di pan caldo, un giorno architettano una beffa crudele. Arroventano nel forno una pietra simile al pane e la fanno raccattare da uno dei cröisc giunto come ogni mattina alla bocca del forno a prendersi il dovuto. La scottatura sarà cruda, ma ancor più bruciante riesce lo scherno. È forte l’ingratitudine: delusi degli uomini di cui pur erano amici, i cröisc si ritireranno per sempre negli antri della montagna. Non verranno più a dar man forte agli uomini nei momenti di necessità. Da allora il pane non sarà sempre sicuro per la gente di Leventina e di Blenio: spesso verrà a mancare e donne, figli e padri proveranno i morsi della fame.

Ottavio Lurati

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