La mia valle di Rosa Maria Corti

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La mia valle di Rosa Maria Corti

foto6.14aCon le poesie della raccolta “La mia valle” (Lietocolle, 2012) Rosa Maria Corti continua il suo viaggio reale e sentimentale attraverso il paesaggio lariano. Un viaggio iniziato con la precedente raccolta, “Il mio Lario” (Lietocolle 2011). L’aggettivo possessivo “mio” caratterizza in modo incisivo questi due libri. Lo sguardo spazia dalle sponde del Lario alla Val d’Intelvi, “luogo delle radici materne”, come evidenzia l’autrice in una nota: la “visione” soggettiva si allarga alla natura e alla discreta  presenza dell’uomo, al ricordo di  riti ancestrali  legati alla valle, “A sera s’accendevano lumi/ come stelle nelle brevi coppelle,/Sexstan, Libra, Triangulum,/Virgo, Serpens, Sagitta,/la Luna per testimone nel cielo/dell’eterno, grande mistero”. Il ricordo riporta alla memoria mestieri che oggi vanno scomparendo o sono ormai del tutto scomparsi. Così la figura del ”Vecchio spallone”, circondata da un alone romantico, appare “Informe fagotto nella gelida notte” e trasmette un senso di sincera commozione quando “tra le maglie rugginose del filo spinato, /s’impiglia il ricordo di un amico caduto”. Lo straniamento della realtà, mediata dalla memoria e interiorizzata, offre al lettore un paesaggio d’immagini e suoni: si fa poesia. C’è una sorta di panteismo nella poesia di Rosa Maria Corti; la natura e i suoi elementi, gli alberi, i fiori, le cime dei monti sembrano vivere non solo perché colti nella loro “oggettiva” bellezza, ma anche come parte di sé. L’autrice ne avverte la vitalità, si sente parte del respiro cosmico che avvolge la valle, i boschi che la circondano, il cielo azzurro o stellato che la sovrasta. Si avverte in molte poesie una forte spiritualità: il tema dell’ascesa è ricorrente, “vincere solitudini inaccessibili/passo dopo passo/fino alla vetta”, metafora ora della solitudine e del cammino irto di ostacoli di chi fa della poesia attività inseparabile dalla propria vita, ora del senso di precarietà in cui ogni essere vivente è sospeso e nel “salire verso il cielo/ per godersi lo spettacolo/ di scorci di lago” l’autrice sa che “già ripiega il sole nella valle/ s’appressa l’ora di rientrare” mentre “cala il sipario su vacche quiete/ che continuano a brucare/ indifferenti al divenire/al brivido,/che scuote le ombre”. C’è poi, costante, il tema della memoria, che fissa il ricordo strappandolo all’oblio del tempo e nella parola poetica acquista il senso di una rinascita. L’infanzia perduta si ricompone nel sogno e si fa racconto di un passato che torna presente attraverso la poesia : “l’ho ritrovata in sogno/ la mia infanzia” nel “profumo amaro/ di sterpi accesi un fuoco/ nell’orto incolto./Se vuoi te lo racconto”.

Laura Garavaglia

Poesia sentimentale nel senso più letterale e corrente quella di Rosa Maria Corti Terragni, tanto più in questa sua ultima raccolta, La mia valle, che a me evoca – con evidente arbitrarietà, ove solo si conosca il libro e tanto più il film che ne fu tratto – il titolo del romanzo di Richard Llewellyn, Com’era verde la mia valle. Evidente l’arbitrarietà sia per la vicenda sociale che qui non si dà (ma non tanto che non si colga anche qui il senso di un trapasso epocale), sia per quel troppo di esclamativo e di nostalgico che il titolo della Corti Terragni non autorizza, o non autorizza apertamente. Perché poi in questo libro poetico c’è anche questo, ma la differenza sta nella misura, nel tratto tutto risolto in emozione poetica, tutto assorbito nell’elogio di un paesaggio di natura in cui è ancora possibile muoversi, risalire tempi, scandire passaggi, vivere le emozioni delle metamorfosi stagionali…”

Prof. Giovanni Tesio.

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