La Cappella del Sacro Cuore (già di San Giovanni Battista), S. Lorenzo, Laino

Nella vasta ristrutturazione della chiesa romanico-gotica di San Lorenzo a Laino (cuore di quella Valle Intelvi che nei secoli donò all’arte europea migliaia di artisti) che a partire dal 1649 la trasformò nell’edificio barocco attuale, una posizione di rilievo venne subito assunta dai due sacelli terminali delle navate laterali: quello di sinistra dedicato alla Madonna del Carmine (culto presto intrecciato con quello della Madonna del Rosario) e quello di destra dedicato a San Giovanni Battista. Risulta evidente la specularità delle due strutture, giocate su schemi simmetrici: l’altare a fondo navata, la parete laterale con vetrata, due figure di sante e un rilievo, l’enfatizzazione a stucco della volta a crociera. Si può anzi parlare di uno schema unitario, al punto che le quattro sante venerate contro i dolori fisici (Lucia, Caterina d’Alessandria, Agata e Apollonia) sono distribuite a coppie nei due spazi. Il felice restauro del sacello del Carmine, che ha posto in luce le complesse scelte cromatiche dei Colomba e del Barberini, rende ancora più interessante il confronto con l’articolata situazione del simmetrico sacello del Battista.
Qui il dato evidente è la stratificazione stilistica e cronologica, che consente di testare l’evoluzione del linguaggio dello stucco (protagonista assoluto della decorazione) dalla metà del XVII all’inizio del XIX secolo. Nello stato attuale, la fase più antica è costituita dalla volta a motivi angelici, frutto della grande campagna decorativa pilotata dai Colomba di Arogno dal 1649: si può pensare alla metà del sesto decennio, subito prima dell’intervento della problematica “mano C” che si può forse identificare in un Retti di Laino. A lui spettano il rilievo con Davide e Golia e le immagini delle Sante Apollonia e Agata, realizzate con la caratteristica tecnica di bassorilievo e di uso sistematico del trapano manuale. Un possibile intervento giovanile del grande Giovanni Battista Barberini è la statua oggi a cimasa dell’altare, raffigurante San Giovannino: opera acerba di un adolescente di genio, dichiarata nel suo neomichelangiolismo mediato da Tomaso Orsolino ma già pervasa di una freschezza espressiva propria dell’artista. Forse l’opera venne realizzata all’interno del cantiere laurenziano e solo in un secondo tempo collocata nell’attuale posizione: questo spiegherebbe l’isolamento nel complesso figurativo. L’attuale altare è purtroppo privo dell’immagine centrale, sostituita nel Novecento con la modesta effigie del Sacro Cuore, peraltro indice di una diffusione cultuale ben attestata in Lombardia. La struttura è dominata dai due telamoni, e qualificata da una libertà spaziale protorococò che s’inserisce nel momento post-barberiniano del cantiere di Laino. Infatti, nel 1692 la morte del grande scultore che per decenni aveva qualificato lo spazio sacro determinò un momento prevedibile di stasi e crisi. Ai suoi diretti discepoli spettò la conduzione sui suoi modelli degli spazi figurativi decisivi per la chiesa, come le statue del presbiterio e gli Angeli dell’arcone trionfale; ma proprio il presbiterio rappresentò una svolta di gusto ormai rocaille, come attestano l’affresco venetizzante di Pietro Scotti, la scenografica nicchia delle reliquie e la prima redazione del seggio presbiterale (poi rifatto in stile), senza contare la problematica pala prediana e la successiva svolta neoclassica dell’altare maggiore. A questa temperie settecentesca spetta la sistemazione dell’altare, con evidenti rimandi al mondo viennese ben noti ai lacuali: il rilancio del tema manieristico dei telamoni è infatti chiaro nelle sue connessioni col celebre atrio del Belvedere Inferiore di Vienna, residenza estiva del Principe Eugenio di Savoia.
L’ultimo momento dell’altare è rappresentato dalle statue laterali di Mosé e Davide: due rigorose realizzazioni neoclassiche, probabilmente connesse con il riassetto della chiesa culminante nel nuovo altare maggiore, eppure capaci di dialogare con la solennità tardobarocca del ciclo barberiniano nel presbiterio.
Il sacello lainese rappresenta quindi uno spazio nodale all’interno di una delle più importanti chiese dell’area lacuale, polmone e banco di prova di una porzione non indifferente dell’arte europea; e la sua stratificazione cronologica consente di leggere all’interno di un lungo arco temporale la complessità di queste vicende.

Prof. Andrea Spiriti

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