Il senso della Storia

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Più volte mi è capitato di notare che le persone con le quali riesco ad entrare in comunicazione intensa e profonda, sono quelle con le quali maggiormente condivido il senso della Storia. Quelle insomma con le quali si può avviare una leggera chiacchierata da caffè e si finisce col parlare dell’uomo di Neanderthal o altre amenità simili.  Perché è vero che siamo tutti all’oggi, che siamo internettizzati e connessi ‘senza filo’, che abbiamo impegni e incombenze a non finire, però la capacità di dare uno sguardo attento e  curioso al passato, remoto o vicino che sia, ci farà stare meglio al mondo.   Se si percepisce questo gusto, non esiste  noia su argomenti che sembrerebbero polverosi e stantii. Al contrario, si avrà tra le mani un’efficace bussola per il nostro procedere.
La Storia consente una visione prismatica dell’esistenza e amplifica ed estende la coscienza.
In acqua, il nostro nuoto è spesso orientato ad andare a lambire, osservare il fondo. Partiamo sospesi in una sorta di vuoto e tendiamo ad avvicinarci a qualcosa di concreto. Il senso della Storia è qualcosa di simile, dove però il vuoto è paradossalmente la nostra dimensione più concreta, quella espressa da coordinate di latitudine e longitudine che ci collocano in un punto del mondo. Nuotiamo distratti, tra le moltitudini, ma ci riconosciamo e ci ritroviamo avvicinandoci al fondo storico che ci fa da fertile substrato.  Se ci avviciniamo alla Storia, ci risulta più facile capire chi siamo e dove siamo e al contrario, se ci allontaniamo da essa, perdiamo orientamento e capacità di osservazione.
Nutrire di curiosità questo sentimento è probabilmente un’attitudine innata, ma è anche sicuramente un fatto di incontri, di coltivazione e di umiltà.
Frequentare la Storia è per me gratificante quanto conoscere persone diverse, che provengono da diverse discipline. E’ lì che ci si rinnova, ripercorrendo i trascorsi più o meno remoti.
E’ qualcosa di simile al leggere commenti su giornali di diverse nazionalità, inerenti uno stesso fatto. Si colgono sfumature e accenti che, nella loro globalità aprono la mente.
Leggendo Orhan Pamuk, assimilo con interesse e rielaboro la tesi dell’autore e del lettore impliciti.
Se è vero che ‘il significato del romanzo che leggiamo non è completamente né nel testo né nell’ambiente in cui il romanzo è stato scritto, bensì in un punto tra questi due elementi’ , allora credo si possa dire, tracciando un certo parallelo, che anche  l’essenza del nostro esistere sia in un punto tra noi e la nostra Storia.

Vittorio Peretto

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